venerdì 27 settembre 2013

QUELLI FRA BARILLA E REALTA'

Ieri mi è capitato di fare alcune riflessioni sulla polemica legata alle dichiarazioni di Barilla, che riporto qui:
Quindi, ricapitolando, questa va bene e non è lesiva delle scelte di alcune persone, mentre le dichiarazioni di Barilla sì.
A me sembra ci sia qualcosa che non funziona in tutto questo.
O ciascuno la può pensare come crede in una società plurale e si cerca tutti di capire come proteggere le scelte private di ciascuno conciliandole con gli interessi della comunità in cui vive, oppure diciamo che la società plurale è un fallimento e ciascuno di noi lotta per la sua verità. Fin quando qualcuno non prende il sopravvento e la impone agli altri.
Io continuo a preferire la prima, non so voi.
O ciascuno la può pensare come crede in una società plurale e si cerca tutti di capire come proteggere le scelte private di ciascuno conciliandole con gli interessi della comunità in cui vive, oppure diciamo che la società plurale è un fallimento e ciascuno di noi lotta per la sua verità. Fin quando qualcuno non prende il sopravvento e la impone agli altri.
Io continuo a preferire la prima, non so voi.
Come immaginavo queste considerazioni hanno creato qualche polemica. Mi sono preso qualche ora per pensarci e penso sia il caso di approfondire l'argomento, non tanto per il caso in sé, che in fondo domani non si ricorderà più nessuno (uomini del marketing Barilla a parte), ma perché credo sia esemplificativo della trivialità di un dibattito pubblico che è sempre meno dibattito e sempre più scontro.
Premetto che il post sarà, temo, terribilmente noioso, ma tant'è, ogni tanto ci tocca.

Prendo come postulato, che credo possiamo condividere tutti, il fatto che viviamo in una società complessa e plurale, nella quale non esiste una Verità (V appositamente maiuscola) precostituita, bensì una Verità che viene costruita attraverso il confronto/scontro democratico fra persone che la pensano diversamente. Non è nient'altro che la concretizzazione sociologica delle teorie relativiste (se non del prospettivismo, ma qui qualche filosofo potrebbe obiettare o correggermi).

Se manteniamo questa cornice sociologica e filosofica al tempo stesso, che sembra un po' complessa ma in fondo non lo è, riguardo la vicenda di ieri mi sembra che siamo in grado di poter affermare che, per esempio, un libero cittadino, proprietario di un'azienda, può dire, senza che succeda il finimondo, che la sua azienda ha da sempre un'immagine legata ad una certa idea di famiglia tradizionale e che quindi non farà mai pubblicità con famiglie omosessuali. Lo può fare perché, per l'appunto, siamo in una società relativista in cui un individuo può esprimere liberamente la propria verità, soprattutto se questa riguarda l'immagine che vuole dare la sua azienda. Ovviamente è altrettanto legittimo, proprio perché abbiamo la fortuna di vivere in una società plurale, che chi non la pensa come il signor Barilla possa incazzarsi e non comprare più la pasta prodotta da lui e della sua azienda. Questa, più che politica, è una banale legge di marketing (a proposito, massima solidarietà ai dipendenti Barilla che si occupano di customer care e, appunto, di marketing). Con le parole che ha pronunciato ha evidentemente tagliato fuori una potenziale fetta di mercato offendendola.

Fin qui ci manteniamo all'interno di una dialettica, a cavallo fra la politica e l'economia, legittima.

I problemi sorgono quando si comincia a teorizzare dell'altro. Quando cioè si rompe la cornice all'interno della quale ci muoviamo, quella di una società che ha scelto di essere relativista, affermando che non è possibile dire, per esempio, che i gay non possono adottare, o che all'interno di uno spot debba essere per forza riconosciuta la famiglia omosessuale.
Certamente la frase è infelice e, sgombro ogni dubbio sulla questione, non sono per nulla d'accordo, come ho anche avuto modo di dimostrare con alcune mie prese di posizione molto concrete qualche tempo fa.
Ma dove è finito quel vituperato Voltaire che diceva “Non condivido quello che dici, ma mi batterò fino alla morte affinché tu possa essere libero di dirlo”?

Non mi pare che il Signor Barilla abbia detto che nelle sue aziende non assume omosessuali o che l'omosessualità è una malattia.
Il rischio che intravedo è che, continuando sul pericoloso crinale di questo ragionamento, assistiamo in realtà al tentativo di una certa parte di imporre un modello culturale, cioè una Verità, un'idea di mondo, ad un'altra, facendo di fatto quello che spesso ci siamo ritrovati a criticare.
Perché come con fatica ed in minoranza ho scritto, da cattolico credente e praticante, che la mia Chiesa sbagliava a voler imporre la propria visione di mondo attraverso le leggi, così mi spaventa una deriva culturale che non prevede nemmeno la libertà di un libero cittadino di poter dire quello che pensa, anche se la cosa va contro a quella che, per paradosso rispetto al deficit di tutele legali che la comunità omosessuale vive sulla propria pelle, potremmo definire la cultura predominante.
Oggi è questo, domani sarà qualcos'altro. E lo sperimento già sulla mia pelle, quando comunico con orgoglio e felicità che a 25 anni ho scelto di sposarmi e le reazioni che mi ritrovo davanti, per il 95% dei casi, sono di presa in giro quando va bene, o altrimenti di denigrazione. Sono consapevole di essere una minoranza (perché questo oggi sono i credenti), ma vorrei che venisse tutelato il mio diritto a poter avere eventualmente una visione del mondo differente da quella che legittimamente è maggioritaria. In un continuo paradosso, del quale ho parlato altre volte diffusamente, in cui la Chiesa viene accusata di essere egemone dal punto di vista culturale e politico (ed in parte evidentemente è ancora così), mentre è nei fatti sconfitta sul piano della propria proposta di vita.

Senza dilungarmi oltre, sono contro gli integralismi, siano essi fatti dalla Chiesa o da altri. Proprio la mia fede mi impone di riconoscere nella persona che ho di fronte un frammento di bellezza e di Verità ed è solo attraverso l'ascolto ed il confronto con quella persona, riconoscendo la sua dignità e le sue ragioni, che potrò essere in grado di migliorare il mondo, rendendolo un posto migliore nel quale vivere.
Ho scelto di vivere il mio credo in questo mondo plurale, ho scelto di provare ad essere testimone di quello in cui credo attraverso il mio comportamento, ho scelto di fare politica perché credo che attraverso la politica posso servire al meglio la comunità di cui faccio parte, ho scelto di essere cristiano senza impormi sugli altri, ho scelto di farmi continuamente inquietare dalla mia fede.
Se provassimo a mettere tutti da parte questi anni di avvelenamento forse riusciremmo a tirar fuori qualcosa di molto più grande di quanto ciascuno di noi si aspetta, proprio perché saremo in tanti ad elaborarla. Che poi, in fondo, è quello che è successo quando hanno scritto la nostra straordinaria Costituzione.