giovedì 19 luglio 2012

UNIONI CIVILI IN CDZ9 - IL MIO INTERVENTO

Sgombro subito dal campo alcune questioni.

Questa delibera è ideologica? Sì. Perché è evidente a tutti i presenti, all’opposizione come alla maggioranza, che il Comune di Milano prova a colmare un buco legislativo, causato da un forte ritardo del Parlamento, rispetto al discorso delle coppie di fatto. Gli strumenti a disposizione sono pochi, l’impatto sulla vita delle persone probabilmente sarà limitato, ma è un segnale che questa città vuole provare a dare.
Il regolamento poteva essere scritto molto meglio di così? Certamente.
Il percorso che questo provvedimento ha fatto dal Comune alla Zona, arrivato di corsa dopo le dichiarazioni del Sindaco e la scarsa conoscenza da parte di qualcuno degli iter che devono coinvolgere i Consigli di Zona, è discutibile? Concordo. Questo testo arriva in aula più per dovere che per piacere o per interesse.

Ciononostante stasera siamo chiamati a fare i conti con qualcosa che interroga direttamente la nostra coscienza e per questo provo a mettere da subito le mani nel piatto. Perché qui la questione, al di là delle procedure e dei regolamenti, è che tipo di società abbiamo in mente e come intendiamo regolare fenomeni ampiamente riscontrabili e in costante aumento nella nostra comunità.

Ci troviamo di fronte quotidianamente a persone conviventi e, contemporaneamente, assistiamo alla crisi dell’istituzione matrimoniale: è di qualche giorno fa la notizia che i matrimoni in Italia durano in media 15 anni (dati Istat). Tutti, tutti, sappiamo che c’è una sempre maggiore fetta di popolazione, soprattutto fra i giovani, che non si riconosce nell’istituzione del matrimonio. Le scelte di questi uomini e di queste donne devono interrogare il nostro agire nell’amministrare la cosa pubblica. Per questo motivo ci troviamo qui, oggi, a discutere di questi temi.
Perché una risposta va data. È imprescindibile. Non si può sempre pretendere che la politica indirizzi la società. Talvolta bisogna prendere atto di alcuni trend sociologici, cercando di normarli nell’interesse dallo Stato, cioè di tutti noi. Non possiamo obbligare tutti a sposarsi. Non possiamo far finta di non vedere che chi fa queste scelte deve essere in qualche modo tutelato.

Non mi nascondo. C’è un ulteriore problema. C’è chi, con la legislazione vigente, non può nemmeno scegliere. Parlo delle coppie omosessuali, che non hanno cittadinanza, ad oggi, nell’agire dello Stato. Non c’è luogo, fisico e normativo, nel quale possano veder riconosciuto il sentimento che li lega. Non c’è luogo in cui quelle due persone possano dire allo Stato e alla loro comunità che quel vincolo affettivo può essere un valore, certo diverso da quello della famiglia tradizionale, ma pur sempre riconosciuto e riconoscibile.
Mi soffermo un attimo sulla questione dell’omosessualità perché è evidente che nel discorso che stiamo facendo ha un suo peso specifico visto che tutti sapete quali sono i miei riferimenti religiosi e culturali.
Ovviamente non concordo con chi pensa che sia una malattia, nemmeno con chi dice che siano atteggiamenti disordinati. In poche parole, temo di non concordare con una parte della tesi proposta delle gerarchie ecclesiali. Eppure qualcosa, anche nella Chiesa, comincia a muoversi. Concordo con le coraggiose parole di apertura del Cardinal Martini, che tanto ha dato e continua a dare a questa città, che cito come fatto in Commissione:
Però non è male, in luogo di rapporti omosessuali occasionali, che due persone abbiano una certa stabilità e quindi in questo senso lo Stato potrebbe anche favorirli. Non condivido le posizioni di chi, nella Chiesa, se la prende con le unioni civili. Io sostengo il matrimonio tradizionale con tutti i suoi valori e sono convinto che non vada messo in discussione. se poi alcune persone, di sesso diverso oppure anche dello stesso sesso, ambiscono a firmare un patto per dare una certa stabilità alla loro coppia, perché vogliamo assolutamente che non sia?
Queste parole sono preziose per me. Indicano una strada e un quadro di riferimento all’interno del quale muoversi. Ho sempre trovato controproducente l’atteggiamento, pur legittimo, di una certa area politica, che fa riferimento al centrodestra. Non credo che i valori del cattolicesimo vadano imposti per legge. Credo nel valore forte della testimonianza di tutti noi. Le persone, come diceva il cardinal Martini, devono poter scegliere. La nostra proposta di vita, parlo da cattolico, deve essere talmente forte da non aver bisogno di essere puntellata e difesa. La nostra fede ha avuto le gambe per camminare lungo 2000 anni di storia, certo non grazie alle leggi o ad alcune decisioni delle gerarchie. Galileo e San Francesco sono due esempi illustri a dimostrazione di questa tesi. Qui, oggi, si tratta di ribaltare il piano. Faccio un’ultima citazione. Si tratta di breve passo del libro “obbedienza e libertà” di Vito Mancuso:
Si tratta di porre davvero la fede a servizio del mondo, di questo pezzo di mondo che si chiama Italia, pensandosi come seme che marcisce nel campo o come lievito che scompare nella pasta. Fino a quando il seme vorrà preservare la sua identità di seme senza pensarsi in funzione della pianta, verrà meno il suo compito; fino a quando il lievito vorrà preservare la sua identità di lievito senza pensarsi in funzione della pasta, verrà meno il suo compito. Fino a quando i cattolici italiani vorranno preservare la loro identità di cattolici senza pensare al servizio della società italiana, verranno meno al loro compito; e fino a quando la Chiesa tutelerà i suoi interessi particolari come una delle tante lobby senza essere davvero "cattolica", cioè universale, non sarà fedele al suo compito che è sperdersi "per la vita del mondo".
In quest’aula qualcuno, mentre affrontavamo argomenti simili, mi urlò che mi dovevo vergognare, altri in Commissione erano preoccupati per me, perché dopo aver votato stasera avrei dovuto mettere piede in Chiesa. Tranquillizzo tutti. Sono favorevole a discutere di questi argomenti proprio per via della mia fede. Non criminalizzo altre posizioni, ma è ora che la si smetta di criminalizzare la mia. In quest’aula, facendo riferimento alla religione, nessuno può ergersi a giudicare.

Per questi motivi, in coscienza, voterò favorevolmente a questa delibera.
Perché questo provvedimento serve. È ideologico e strumentale, nel senso che è utile nel segnalare una necessità e una criticità della nostra società dando un segnale ad una fetta di popolazione. E la sua utilità c’è anche perché ad adottarlo è una città come Milano, da sempre protagonista nella storia d’Italia in tema di diritti.
Perché è ora che la si smetta di fare le battaglie contro l’acquisizione dei diritti da parte di alcuni. È tempo di lottare per cose più dirimenti: sostegno alle giovani coppie, maggiori strumenti per maternità e paternità, quoziente familiare. Per questo ho chiesto, ed i relatori l’hanno accettato, di inserire nelle osservazioni il riferimento all’articolo 31 della Costituzione.
Perché Francia, Germania, Spagna, Portogallo, Inghilterra, Belgio, Croazia, Danimarca, Finlandia, Irlanda, Norvegia, Olanda, Repubblica Ceca, Svezia, Svizzera, hanno adottato strumenti per regolarizzare queste situazioni. E l’Italia fa parte dell’Europa. Politicamente e culturalmente
Perché sono per il mantenimento ed il riconoscimento delle differenze, di chi compie la scelta di sposarsi assumendosi onori ed oneri, non per l’esclusione di tutti gli altri dall’acquisizione di diritti che, umanamente, trovo legittimi.